giovedì 5 giugno 2014

SOCIAL (CULTURAL) NETWORK DAL DIGITALE AL REALE

Non molto tempo fa, di ritorno dall’aver assistito ad una rappresentazione teatrale, mi capitò di essere “catturato” dalla massa di tifosi che stavano raggiungendo (o lasciando, non saprei) lo stadio. Non potei fare a meno di pensare, mentre attendevo che l’ingorgo si fluidificasse, a quante e quali opportunità di condivisione dell’evento e di quell’interesse/passione che li faceva muovere essi avrebbero potuto avere, mentre lo spettacolo cui avevo assistito, la mostra visitata, l’ultimo libro letto non avrebbero ricevuto nuova vita dal confronto di opinioni ed esperienze.
Eppure la città dove vivo sembra essersi in parte riscossa dal torpore che l’ha a lungo caratterizzata: la stagione teatrale di prosa, sebbene infarcita di opere dei soliti due o tre autori canonici, presenta qualche spettacolo non privo di interesse e gli amanti delle mostre d’arte non devono più necessariamente trasformarsi in pellegrini per trovare appuntamenti di rilievo giacché – semel in anno – qualcosa di vedibile viene offerto. Aggiungiamo che la principale libreria sembra sempre piuttosto affollata e, al netto delle traversie del teatro lirico, uno zoccolo duro di consumatori di eventi/beni culturali sembra comunque esistere. 
Avevo già affrontato l’argomento in post precedenti ma è tornato di attualità quando, inaspettatamente, all’ingresso della mostra L'Ossessione Nordica a Rovigo, ho incontrato una piccola folla. L’attesa non è stata lunga ma sono rimasto ugualmente sorpreso dal fatto che una sede espositiva ancora non conosciutissima ed una selezione di opere probabilmente di minor richiamo rispetto ai vari impressionisti, Picasso et similia potesse comunque attrarre un non disprezzabile numero di visitatori. Come fare in modo, dunque, di stabilire una rete di relazioni e frequentazioni tra il cólto, così come già avviene tra l’inclita? I social network “dedicati” quali ad esempio Anobii hanno un impatto molto limitato nel traghettare i contatti dal mondo virtuale a quello reale; l’etichetta ‘circolo culturale” viene attribuita con eccessiva liberalità, includendo – col debito rispetto – bocciofile, circoli degli scacchi e analoghi mentre altri non sono che emanazioni dei salotti buoni della borghesia locale e pertanto inaccessibili ai comuni mortali. Da rilevare anche il totale disinteresse da parte dei quotidiani e media locali che pure potrebbero fungere da efficace catalizzatore se non addirittura da promotore offrendo eventualmente anche le sedi atte ad ospitare questi eventuali circoli. Superfluo aggiungere che provvedere alle esigenze di questo segmento di pubblico avrebbe anche positive ricadute in termini economici trattandosi di un target commerciale con adeguate disponibilità economiche e conseguente propensione al consumo, ancorché di consumi circoscritti e ben identificati.