lunedì 27 ottobre 2014

TEATRO NEL TEATRO

A latere dell’avvio della stagione teatrale dello Stabile locale, una notazione “sociologica”: parrebbe che gli spettacoli di prosa siano diventati una forma di attività culturale popolare ma forse, se mi si passa la forzatura, sarebbe più corretto dire ‘popolana’. La rappresentazione cui ho assistito era particolarmente affollata e si è ripetuto, amplificato, il rito dell’elaborata ricerca dei posti assegnati, che ogni volta tiene a lungo impegnati gli spettatori. Pare, però, che ultimamente i cercatori abbiano sviluppato una tecnica più raffinata: dividono in settori il campo di ricerca leggendo ad alta voce la numerazione di ogni fila e di ogni singolo posto; il primo a risultare vittorioso in questa ricerca prorompe in urla belluine e gesticolando scompostamente attira l’attenzione degli altri esploratori (oltre che dell’intera platea). Inutile dire che viene di solito fatta alzare l’intera fila di persone già sedute per fare accomodare i nuovi arrivati che sistematicamente non individuano l’estremità più favorevole per l’inserimento. Segue una concitata discussione su quali posti spettino a chi, mantenendo nel frattempo in piedi gli spettatori circostanti. Quando, finalmente, la complessa operazione si conclude, ecco presentarsi una persona che reclama uno dei posti appena occupati. Sbalordimento, ulteriore scompiglio, financo irritazione per questa indebita intromissione e, infine, rassegnazione di fronte all’incontestabile evidenza di quanto stampato sul biglietto: gli esploratori hanno sbagliato numero di fila e pertanto si riavviano verso una nuova transumanza. Contro ogni evidenza approdano in extremis alle poltrone di loro spettanza e, a questo punto, possono dedicarsi a commenti, ovviamente del tutto fuori luogo, sul teatro, lo spettacolo – di cui ignorano pressoché tutto -, gli attori che generalmente confondono con altri artisti.  Tali commenti proseguono tranquillamente anche quando le luci si abbassano e il sipario si apre, e ci vogliono parecchie stizzite esortazioni per farli tacere.
Superfluo dire che anche colpi di scena o battute brillanti vengono accolte con esclamazioni e risate, sempre con decibel in eccesso, che proseguono come una eco ad impedire la comprensione dei dialoghi successivi agli altri spettatori i quali  salutano con particolare entusiasmo la fine della rappresentazione che segnala la prossima ritrovata tranquillità.

giovedì 2 ottobre 2014

TORINO

Scarsamente profittevole la visita alla GAM di Torino, che ha deciso di raccogliere le opere presenti nella propria collezione permanente non cronologicamente (criterio banale ma, a mio avviso, sempre efficace) ma raccogliendole sotto quattro grandi “etichette” (quali ad es ‘etica’ o ‘velocità’) che mi hanno lasciato alquanto perplesso. Risulta particolarmente evidente nelle prime sale, ove sono esposte quasi esclusivamente opere contemporanee, l’affannarsi dei curatori esplicitato nei pannelli informativi nel cercare appunto agganci con la suddetta “etichettatura”. Se si pensa che una delle opere consisteva in frasi scritte con pennarello sulle panche a disposizione dei visitatori nelle sale, l’ormai consueta domanda “ma questa è arte?” ha cercato una volta di più - e infruttuosamente -una risposta. Mi sono parzialmente risollevato, proseguendo la visita, non tanto coi dipinti scapigliati di Tranquillo Cremona o l’ennesima bella dama ritratta da Boldini  quanto piuttosto ammirando una sala che raccoglieva tele di Donghi e Casorati oltre ad un ritratto di Hayez tanto per fare buon peso.




Notevolmente più interessante la visita alla pinacoteca Agnelli. per quanto minuscola, la collezione accoglie il visitatore con un Severini ed un Balla futuristi, ma subito dopo allinea due statue di canova che incorniciano altrettante vedute di Canaletto oltre ad un Tiepolo dirimpetto. Altri quattro canaletto sono esposti nella sala successiva cui fa seguito una con due splendidi Bellotto, che oppone a Venezia la Dresda di metà XVIII secolo.
La visita si conclude (ometto la sala dedicata a Matisse, che non amo particolarmente salvo Meditation apres le Bain) con un crescendo che allinea Picasso (L’Hetaire), un nudo di Modigliani ed un trionfo di carni bianche e opulente (La Bagnante Bionda di Renoir).
una visita consigliata, facile da raggiungere con la metropolitana e, come si dice in Albione, value for money.


















giovedì 5 giugno 2014

SOCIAL (CULTURAL) NETWORK DAL DIGITALE AL REALE

Non molto tempo fa, di ritorno dall’aver assistito ad una rappresentazione teatrale, mi capitò di essere “catturato” dalla massa di tifosi che stavano raggiungendo (o lasciando, non saprei) lo stadio. Non potei fare a meno di pensare, mentre attendevo che l’ingorgo si fluidificasse, a quante e quali opportunità di condivisione dell’evento e di quell’interesse/passione che li faceva muovere essi avrebbero potuto avere, mentre lo spettacolo cui avevo assistito, la mostra visitata, l’ultimo libro letto non avrebbero ricevuto nuova vita dal confronto di opinioni ed esperienze.
Eppure la città dove vivo sembra essersi in parte riscossa dal torpore che l’ha a lungo caratterizzata: la stagione teatrale di prosa, sebbene infarcita di opere dei soliti due o tre autori canonici, presenta qualche spettacolo non privo di interesse e gli amanti delle mostre d’arte non devono più necessariamente trasformarsi in pellegrini per trovare appuntamenti di rilievo giacché – semel in anno – qualcosa di vedibile viene offerto. Aggiungiamo che la principale libreria sembra sempre piuttosto affollata e, al netto delle traversie del teatro lirico, uno zoccolo duro di consumatori di eventi/beni culturali sembra comunque esistere. 
Avevo già affrontato l’argomento in post precedenti ma è tornato di attualità quando, inaspettatamente, all’ingresso della mostra L'Ossessione Nordica a Rovigo, ho incontrato una piccola folla. L’attesa non è stata lunga ma sono rimasto ugualmente sorpreso dal fatto che una sede espositiva ancora non conosciutissima ed una selezione di opere probabilmente di minor richiamo rispetto ai vari impressionisti, Picasso et similia potesse comunque attrarre un non disprezzabile numero di visitatori. Come fare in modo, dunque, di stabilire una rete di relazioni e frequentazioni tra il cólto, così come già avviene tra l’inclita? I social network “dedicati” quali ad esempio Anobii hanno un impatto molto limitato nel traghettare i contatti dal mondo virtuale a quello reale; l’etichetta ‘circolo culturale” viene attribuita con eccessiva liberalità, includendo – col debito rispetto – bocciofile, circoli degli scacchi e analoghi mentre altri non sono che emanazioni dei salotti buoni della borghesia locale e pertanto inaccessibili ai comuni mortali. Da rilevare anche il totale disinteresse da parte dei quotidiani e media locali che pure potrebbero fungere da efficace catalizzatore se non addirittura da promotore offrendo eventualmente anche le sedi atte ad ospitare questi eventuali circoli. Superfluo aggiungere che provvedere alle esigenze di questo segmento di pubblico avrebbe anche positive ricadute in termini economici trattandosi di un target commerciale con adeguate disponibilità economiche e conseguente propensione al consumo, ancorché di consumi circoscritti e ben identificati.

venerdì 16 maggio 2014

TORINO: TRA LIBRI E “STUNNERS”

Una meta che raramente viene inclusa nei miei itinerari di visita alle mostre, Torino, questa volta è stata oggetto di una duplice incursione, al Salone del Libro e all’esposizione sui Preraffaelliti a Palazzo Chiablese. da tempo mancavo dalla kermesse del Lingotto, che ho sempre considerato di scarso interesse per chi già è un lettore cosiddetto ‘forte’ e abituale frequentatore di librerie. Certo, restano i piccoli editori a costituire motivo di attrazione e gli eventi ed incontri che arricchiscono l’ampio programma, anche se molti si accavallano e, stante le code per quelli di maggior richiamo, si escludono mutualmente.
Questa edizione non mi ha fatto mutare opinione: l’unica vera attrattiva per gli amanti della lettura sono gli incontri con gli autori e, a questo proposito, ho avuto modo di assistere ad una brillante conferenza, o meglio, conversazione tenuta da Philippe Daverio che è stata però inopinatamente danneggiata da inconvenienti tecnici e organizzativi al punto da ridurne la durata ad appena una ventina di minuti rispetto ai quarantacinque originariamente previsti. Pur considerando l’ora abbondante di coda necessaria per assicurarsi un posto, non ho rimpianto l’interminabile attesa, allungata oltre il dovuto da un soporifero relatore di un evento precedente che ha protratto il proprio intervento ben oltre il programma. Dopo di che un problema tecnico, a conferenza appena iniziata, ha impedito a Daverio di avvalersi dell’impianto audio e quindi di potersi far ascoltare in una sala dalla capienza di circa 600 posti. Nonostante ciò, l’eloquio brillante e l’ammirabile erudizione gli hanno permesso di affascinare l’uditorio rovesciando su di esso una gran mole di informazioni con tale levità da riuscire a non apparire mai pedante verboso ma anzi arguto e faceto. Occorrerebbe certamente aprire un capitolo – e un post – a parte per lamentare l’assenza di simili occasioni durante tutto l’anno e l’indifferenza nei confronti degli amanti della cultura, ad oggi confinati in una sorta di riserva indiana. Giusto tentare di aumentare il numero dei lettori, altrettanto giusto lasciare nella condizione in cui si trova (evidentemente a proprio agio) chi si bea della propria ignoranza e disinteresse per arte, letteratura, poesia, ecc. Auspico che si arrivi ad avere, nelle nostre città, un circolo dei lettori ogni cinquanta bar dello sport: unicuique suum.



Venendo a “Preraffaelliti. L'utopia della bellezza” ho trovato inaspettatamente ricca e interessante l’esposizione che integra – per certi versi – quella recentemente tenutasi al Chiostro del Bramante e incentrata sugli accademici vittoriani. Del resto, provenendo i prestiti dalla Tate Gallery di Londra non mi sarei dovuto sorprendere. Particolare anche l’allestimento: in talune sale dominava quasi l’oscurità, la luce essendo concentrata sulle tele i cui v brillanti colori venivano sapientemente esaltati. Un appunto da muovere è ai pannelli esplicativi affissi nelle varie sale: è vero che spesso sono prolissi ma in questo caso mi sono parsi invece eccessivamente parchi di informazioni col rischio di non far cogliere, al visitatore meno informato, la stretta relazione tra certe opere e la morale vittoriana (esempio classico Il Risveglio della Coscienza) o tematiche sociali quali la prostituzione, double standard ecc. (Prendete vostro Figlio di Brown). Valutazione comunque ampiamente positiva, con la speranza che Torino presenti con maggior continuità occasioni di richiamo al pari di questa.

P.S. “Stunners” era la parola con la quali i membri della Confraternita Preraffaellita indicavano le giovani donne particolarmente avvenenti che cercavano di avere come modelle e, frequentemente, anche come amanti.

sabato 8 febbraio 2014

Torquato Tasso e la lounge music


Dalle "Rime" del Tasso e con (molto parziale e altrettanto libera) trasposizione in musica:

Io v’amo sol perchè voi siete bella,
e perchè vuol mia stella,
non ch’io speri da voi, dolce mio bene,
altro che pene.
E se talor gli occhi miei mostrate
aver qualche pietate,
io non spero da voi del pianger tanto
altro che pianto.
Nè, perchè udite i miei sospiri ardenti
che per voi sprago a i venti,
altro spera da voi questo mio core
se non dolore.
Lasciate pur ch’io v’ami e ch’io vi miri
e che per voi sospiri,
chè pene pianto e doglia è sol mercede
de la mia fede.


venerdì 7 febbraio 2014

martedì 14 gennaio 2014

CASTELLO MALASPINA DI FOSDINOVO

Il Castello Malaspina di Fosdinovo, risalente alla seconda metà del XII secolo, si erge a nord della Toscana tra le Alpi Apuane e la costa del Mar Tirreno (Lerici, Cinque Terre, Versilia).
Il Castello oggi è un museo, un centro culturale dedicato alla produzione e alla diffusione delle arti contemporanee, una residenza per artisti e scrittori ed ospita al suo interno anche un piccolo bed and breakfast accogliente e suggestivo.

http://www.castellodifosdinovo.it/ita/

venerdì 10 gennaio 2014

E questa la chiami arte? 150 anni di arte moderna in un batter d'occhio - di Will Gompertz

Esposizione gradevole e chiara – caratteristica spesso comune ai saggi di autori anglosassoni – ma poco soddisfacente per chi volesse chiarirsi le idee a proposito dell’arte contemporanea. Infatti, fintanto che l’autore illustra movimenti quali Impressionismo, avanguardie storiche ecc. I motivi di valore di questi movimenti, le qualità – se non il genio – di taluni artisti vengono declinate con chiarezza, ancorché argomentate talora con una qualche superficialità. A mano a mano che ci si avvicina all’epoca contemporanea, le ragioni della grandezza degli artisti citati si fanno sempre più vaghe e ci si imbatte in frasi che in più di una occasione lasciano aperto il dubbio, non da poco, che non di arte si tratti ma di una colossale pagliacciata. Tanto vale, allora, limitarsi a citare la teoria istituzionale dell’arte di Dickie che riassunta piuttosto rozzamente definisce "opera d’arte" ciò che è definito tale da chi appartiene al mondo dell’arte: una bella definizione apodittica e circolare che ben rappresenta però la realtà dei fatti.