venerdì 20 dicembre 2013

Shakespeare alla russa

A dispetto delle numerose recensioni elogiative che m’è occorso d leggere a proposito dell’adattamento della “Bisbetica Domata” ad opera di Andrei Konchalovsky, non ho trovato alcunché di notevole o di semplicemente apprezzabile nello spettacolo cui ho assistito. Non che fossi turbato dalla trasposizione della vicenda in un’epoca diversa da quella originariamente descritta dal drammaturgo (per quanto la scenografia, di cui dirò più avanti, qualche turbamento me l’ha provocato) giacché accade sovente con le sue opere, a testimonianza della atemporalità dei sentimenti e dei tipi illustrati. Niente di tutto questo: l’ambientazione, pur sempre in Italia ma nel ventennio (fascista, non berlusconiano) non ha avuto alcun impatto particolarmente negativo, ma sono stati gli attori e le loro interpretazioni a spiazzarmi.
Caterina era una sorta di replica di Louise Brooks, con frangetta e lungo bocchino d’ordinanza, sensuale e poco bisbetica ma piuttosto ribelle e “femminista”; Petruccio m’è parso alquanto incolore e macchiettistico; Fulgenzio invece mi ha ricordato il pubblico ggiovane di certi programmi Mediaset anni ’80, che ad intervalli regolari prorompevano in risate isteriche e palesemente false: nello stesso modo il personaggio irrompe sulla scena comunicando più l’immagine di un giovane decerebrato che quella di un giovane innamorato. Dicevo della scenografia: su uno schermo gigante l’immagine di una piazza metafisica di De Chirico (ma non eravamo a Padova? Che cosa c’entra Ferrara?) animata di tanto in tanto dal passaggio di un trenino ( forse perché all’epoca, notoriamente, i treni arrivavano in orario?); con lo schermo condividono lo spazio pannelli girevoli dove ogni tanto sono proiettate immagini di cartellonistica pubblicitaria d’epoca; una certa qual confusione generata da suppellettili ed elementi di scena che vengono spostati in continuazione in palcoscenico a seconda del mutare degli ambienti della commedia e che risulta inutilmente irritante.

lunedì 25 novembre 2013

Gogol' a teatro

Gogol non è mai stato il mio autore "classico" russo preferito ma i suoi racconti - e Il cappotto in particolare - restano sempre fra le opere più frequentate. Mi era dunque sorta la curiosità di vederlo rappresentato a teatro ma devo dire che non è stata una buona consigliera. Ho trovato infatti la trasposizione di Vittorio Franceschi, che riveste anche il ruolo di Akàkij Akàkievic Bašmackin, veramente poco apprezzabile. Il protagonista, secondo la nota informativa che accompagna lo spettacolo, è "un personaggio semplice, ma non sciocco, che vive serenamente della propria anonima attività di copista". In realtà la recitazione di Franceschi lo rende invece decisamente sciocco, puerile in una maniera irritante al punto da suscitare ben poca partecipazione nel momento clou della sparizione del prezioso cappotto. Tanto lunga è la presentazione del personaggio quanto breve l'epilogo della vicenda: nella trasposizione scenica al furto del cappotto segue quasi immediatamente la dipartita di Akàkij narrata da una co-protagonista, la padrona di casa,  e la conclusione dello spettacolo. L'affermazione di Franceschi "Con questa difficile operazione ho cercato di dare verità a una vicenda ambientata in tempi lontani ... ma attualissima, adoperando la lingua di oggigiorno e cercando di difenderla da quelle tentazioni gergali che avrebbero fatto a pugni con l`ambientazione d`epoca"
Non mi pare così evidente l'attualità dela vicenda, e non comprendo quale "gergo" possa aver usato Gogol nella stesura del racconto se non qualche termine russo specifico conservato nella traduzione. Molti e lunghi applausi alla fine della rappresentazione ai quali (forse colpevolmente) non mi sono unito

martedì 29 ottobre 2013

GIOCO D'AZZARDO A TEATRO

Confortante avvio del cartellone (a livello personale) dello Stabile genovese. Ho scelto come primo spettacolo Poker (nell’originale La scelta del mazziere), una pièce contemporanea di Patrick Marber che mi ha piacevolmente colpito. Buon ritmo, dialoghi che alternano umorismo e amarezza spruzzati da un cinismo temperato da uno sguardo non privo di comprensione.
In questa sorta di trasposizione contemporanea in territorio albionico – e terricolo - del ciclo dei vinti, si racconta di un ristorante nella periferia londinese, il cui proprietario (Stephen), suo figlio (Carl), due camerieri (Frankie e "Pollo") e il cuoco (Sweeney) organizzano ogni domenica sera, dopo la chiusura e approfittando del lunedì di riposo, una partita di poker che dura tutta la notte, nel corso della quale le loro passioni e speranze ribollono ed emergono dando luogo ad una sfida che esula dal mero gioco, ciascuno spinto dai propri sogni di riscatto e di gloria. Bravi gli attori, in particolare Antonio Zavatteri (“Pollo”).

sabato 3 agosto 2013

Madama Butterfly sotto la Lanterna

In buona parte inaspettato l’interesse suscitatomi dalla mostra Geishe e Samurai. Esotismo e fotografia nel Giappone dell’Ottocento visitabile a Genova, Palazzo Ducale. La fotografia è una forma artistica da me ben poco conosciuta, per quanto la tecnica utilizzata in questo caso sia una via di mezzo tra fotografia e pittura: un momento della fotografia nipponica passato sotto il nome di Scuola di Yokohama, caratterizzato appunto dall’unione tra la fotografia, la forma artistica più d’avanguardia di quel tempo, con la tradizione delle grafiche giapponesi. Si tratta della fusione tra la tecnica occidentale della stampa all’albumina - che andava sviluppandosi in quel periodo - delicatamente e singolarmente colorate  a mano dalla maestria dei raffinati artigiani pittori giapponesi che hanno permesso di tramandare, oltre ai soggetti, anche i colori.
 Paesaggi, ritratti, scene di vita quotidiana, uomini e donne ripresi nelle loro attività tradizionali, con i costumi e i modi dell’epoca che restituiscono l’immagine del Giappone visto ad uso e consumo del curioso occidentale. Sebbene si tratti di situazioni costruite, talune addirittura in studio con finti fondali, e i modelli siano tutti adeguatamente in posa, resta sempre forte il fascino emanato da questo paese, all’epoca investito da un processo di forzata modernizzazione,  nel quale visitatori in cerca di facile esotismo si rivolgevano al recente passato, fissando sulle lastre fotografiche personaggi e situazioni ideali/idealizzati.
Le 125 stampe fotografiche originali realizzate dai grandi interpreti giapponesi ed europei di quest’arte, agli albori della storia della fotografia, fra il 1860 e i primissimi anni del Novecento sono divise in sette sezioni, intervallato da tre piccole aree che presentano otto preziosi album-souvenir. Le sezioni sono: uomini e bambini ritratti nella vita quotidiana (l’universo maschile), donne impegnate nelle attività domestiche e di tutti i giorni (l’armonia del quotidiano); ma anche ritratti dei diversi operatori del sacro durante le cerimonie (il tempo del rito e della festa; il modello idealizzato di bellezza femminile asiatica, (la bellezza sublime); i personaggi tipici della cultura giapponese del tempo (sàmurai, kendoka, lottatori di sumo, tatuati per finire con le città senza notte, sul tema e sulla realtà storica delle donne di piacere.


giovedì 27 giugno 2013

Luoghi comuni

Non per rinverdire triti luoghi comuni sulla parsimonia dei genovesi, ma spendere 10 euro per la visita di questa mostra m’è parso eccessivo, visto il ridotto numero di opere in esposizione. Tuttavia la mia spiccata predilezione per il primo ‘900 ha trovato viva e vibrante soddisfazione, come direbbe un comico locale, in alcuni lavori degni di nota. Cominciamo con un bel Casorati, Ragazza in Azzurro, con la figura della giovane che sembra emergere dallo sfondo indistinto, anch’esso della stessa tonalità grigio-azzurra, con la freddezza di questo colore contrastata dal rosa delle giovani carni e dalla nota di vermiglio delle labbra. L’improbabile anatomia – ed il colore uniforme – della tipica Figura di Donna di Campigli la rendono simile ad una qualche sorta di divinità, benevola forse ma alquanto distante. A proposito di anatomia, era presente anche Sironi, con una tela della solita cupezza, ma lo erano anche alcuni disegni dove la suddetta tetraggine cede il passo alle tornite forme delle modelle raffigurate. Infine Aligi Sassu che si cimenta, con successo a mio avviso, col tema “Donne al Caffè”.

lunedì 3 giugno 2013

Manet, il Rinascimento e Venezia


Va bene che Venezia è una città d’acqua ma così è veramente troppo. Comunque, pioggia permettendo, ho visitato Manet. Ritorno a Venezia a Palazzo Ducale. Non ho maturato una decisione sul gradimento o meno dell’esposizione incentrata sulle influenze dei nostri maestri quattro/cinquecenteschi sull'artista francese, per quanto vedere a fianco a fianco l’Olympia e la Venere di Urbino conferma la validità del detto “un’immagine vale più di cento parole” polverizzando pagine e pagine di analisi e raffronti critici. Per il resto m’è parsa un poco sottotono presentando comunque opere famosissime (il ritratto di Zola, il Balcone, il Piffero) accanto ad esempi rinascimentali altrettanto validi; di sicuro soddisferà il pubblico più generale attratto dal nome di grande richiamo. Curiosamente, il dipinto che mi ha maggiormente emozionato non appartiene a Manet: è stato un olio su tavola di Antonello da Messina, Cristo morto sostenuto da tre angeli, precariamente conservato ma con un toccante gesto di uno degli angeli che si porta alla guancia la mano del Cristo deposto.

 

giovedì 30 maggio 2013

Parlar bene delle banche

Esercizio difficile, in particolare di questi tempi ma, sebbene per ragioni non prettamente istituzionali bensì collaterali, lo farò. A Milano, in Piazza della Scala, vi è una delle sedi delle Gallerie d’Italia (http://www.gallerieditalia.com/) , nella quale viene esposto gratuitamente il patrimonio artistico di un grande gruppo bancario, suddiviso in due macro aree tematiche, Novecento ed Ottocento.


Sorvolo sulla produzione artistica novecentesca – post 1940 – esibita, che continua a lasciarmi del tutto indifferente e, in molti casi, alquanto perplesso ma cito alcune opere contenute invece nella sezione dedicata al XIX secolo: pittura storica di Hayez, patriottica degli Induno, ma soprattutto esempi del mio prediletto Simbolismo con Sartorio (Sagra e Risveglio) e l’immancabile Previati (La Danza delle Ore). Dulcis in fundo, Boccioni con Tre Donne.



lunedì 22 aprile 2013

IL SUCCESSO ITALIANO A PARIGI negli anni dell’Impressionismo: la Maison Goupil


Vale una citazione questa mostra ospitata a Rovigo, Palazzo Roverella dal 23 febbraio al 23 giugno 2013 (http://www.mostragoupil.it/)
Numerosi i Boldini presenti alla mostra ma si tratta di opere un po’ meno inflazionate tra le quali spicca un luminoso paesaggio davvero pregevole. Non potevano ovviamente mancare le sue incantevoli dame, in particolare le protagoniste de La visita e Passeggiata Solitaria ma, in termini di fascino femminile, trovo inarrivabili le “Istitutrici ai Campi Elisi” di Vittorio Corcos, di sicuro meno aristocratiche ma soffuse di malinconica grazia.


Carico di tutto il pathos ottocentesco “Il Piccolo Saltimbanco” di Antonio Mancini. “Guardiana di Pecore” con una bambina di Michetti di piccolo formato ma di grande intensità, insieme con altri suoi lavori lo confermano “signore del pennello” come lo definì l’amico e conterraneo D’annunzio.
A chiusura della mostra si ha modo di visitare la pinacoteca dove è stata una gradita sorpresa trovare, tra gli altri, il Giampietrino e Giovanni Bellini.



sabato 20 aprile 2013

900 a Forlì


Al periodo da me preferito, il primo ‘900, viene nuovamente dedicata una rassegna, questa volta a Forlì (http://www.mostranovecento.it/)
Peccato che la visita sia stata caratterizzata da una sorta di “rumore di sottofondo” ossia una scolaresca in visita con una accompagnatrice dalla voce stentorea – che si udiva a diverse sale di distanza – e con una esposizione veramente da maestrina, infarcita da domande retoriche opportunamente seguite da pause che avrebbero dovuto invogliare i discenti a rispondere (ma gli interventi non si accavallavano di certo). Particolarmente in evidenza il contrasto tra questo rumore e la rarefatta atmosfera suggerita dallo ieratico ritratto di Silvana Cenni di Casorati. 
Una indigestione di balilla e vittorie che onorano gli eroi caduti o ancora combattenti viene parzialmente riscattata da Contardo Barbieri con Adunata di gente in piazza del 1934.


 Efficace “Profilo Continuo Dux” di Renato Bertelli, una scultura osservabile da qualsiasi punto di vista che restituisce sempre il profilo di Mussolini. 





Al limite dello sprezzo del ridicolo i vari ritratti del duce tra cui due perle del kitsch, ossia il condottiero di Cesare Sofianopulo 1928 con Mussolini in guisa di guerriero medievale con corazza, spada e simboli vari – quasi un novello Guido da Montefeltro – e Il Grande Nocchiero di Thayhat 1939 dove invece viene rappresentato come una sorta di gigantesco automa al timone della nazione. Opinabile il soggetto ma sempre apprezzabile la realizzazione della maschera di Mussolini di Wildt. Molto bello un disegno di de Chirico – un ritratto di Massimo Bontempelli –


Esempi di arte pubblica, con Sironi e Olivucci (Scienze Aeronautiche e Navali) del 1937 con erculei lavoratori; altrettanto monumentali il pastore e il contadino nell’Arcadia rivisitata da Gisberto Ceracchini nel suo Incontro del 1934 

Quasi un déjeuner sur l'herbe con innesti esotici La Quiete di Carena 1921 con la figura centrale reminescente delle odalische di Ingres e posso anche vedere un altro Oppi dal vero (La Giovane Sposa 1922/24).

 



 Non mi soffermo nella sezione esemplificativa dell’aeropittura né troppo a lungo in quella dedicata all’arte pubblica. Il realismo magico di Donghi col suo Giocoliere e una sorta di moderno Caravaggio con Gregorio Sciltian e il suo Bacco all’Osteria


































Bella la selezione di opere di Cagnaccio di San Pietro con esiti di allucinato realismo come nell’Attesa 1934. 




Ancora simboliste sebbene risalenti al 1932 Le Sirene di Luigi Bonazza, un’ampia rassegna di nudi femminili sia nel Concerto di Casorati 1924 che nei massicce bagnanti ritratte da Giannino Marchig in Fine d’un Giorno d’Estate 1936. Sul genere propaganda dell’Istituto Luce Italica Gens di Cesare Maggi. . L'immagine-simbolo della mostra è Conversazione Platonica di Casorati.
























sabato 6 aprile 2013

Giuseppe De Nittis a Padova, Palazzo Zabarella





 







 Il Passaggio degli Appennini non suscita in me particolare entusiasmo, tanto meno fanatismo come – ci ricorda Cecioni – pare sia avvenuto all’epoca della sua presentazione. Né mi pare così straordinariamente riuscito: la resa del cielo è pregevole mentre la strada mi sembra meno convincente. Piuttosto bello, invece, il pastello con l’autoritratto dell’artista del 1883 e ancor di più
l’analogo ritratto della moglie (Giornata d’Inverno del 1882) con una sinfonia di bianchi alternata alle tonalità scure dei capelli della donna e del sofà, riprese anche da altri dettagli.

  Nutrita la rappresentanza di quadri di genere rappresentanti la vita quotidiana ma solo delle classi agiate con amazzoni a passeggio nel Bois de Boulogne o lungo gli Champs Elisées. Sulla neve (1874) rende molto bene l’atmosfera: ci pare di percepire lo scricchiolio della neve calpestata dalla giovane donna che osserva due cagnolini scorrazzare frenetici.



 






 



  Esempio che più si avvicina all’impressionismo “classico”  - ma solo nel tema della rappresenrazione della vita moderna - è Place des Pyramides con i frutti arancioni che catalizzano l’attenzione e fungono da perno attorno al quale ruota il fluire della vita quotidiana.







 Di assoluto rilievo Il Ritorno dalle Corse 1878 con la vezzosa dama in veletta nera ma preferisco di gran lunga le opere di Vittorio Corcos sistemate in una saletta apposita in quanto a suo tempo falsificate ed attribuite appunto a De Nittis con tanto di apposizione di firma apocrifa. La Figlia di Jack La Bolina, Ore Tranquille e lo splendido Woman with Dog 1885 nulla hanno da invidiare alle più affascinanti dame ritratte da Boldini. In particolare in Woman with Dog spicca il delizioso ovale del volto reso ancora più luminoso dal contrasto col severo abito scuro che lo esalta. La fresca bellezza della ragazza è echeggiata dai fiori accennati sullo sfondo in una ambientazione serena e primaverile.



 
 









 
I dipinti realizzati durante il soggiorno a Londra sono pregevoli per tecnica e capacità ma non trasmettono molto. Solo Una Domenica a Londra 1878 comunica tutta la solitudine che può albergare in una grande città, con la figura del bobby a presidiare una strada praticamente deserta. Sicuramente di grande bellezza Piccadilly ma maggiormente interessante nella sua diversità Passa il Treno 1878/9 quasi un Turner (privato dello Sturm und Drang romantico) nel cielo brumoso e nella scia di fumo della locomotiva.









 Tra i numerosi pastelli Signora in Giardino1883 e, di analoga ambientazione, Colazione in Giardino 1883/4 con una situazione degna di uno spot del Mulino Bianco.
 Pur con tutto il mio patriottico orgoglio di saperlo tra gli italiani di Parigi più apprezzati, non posso dire di essere rimasto particolarmente colpito dalle opere di De Nittis pur apprezzandone, ovviamente, le indiscusse e notevoli capacità tecniche. Si è trattato pertanto di attrazione verso singole opere, freddamente razionale. Resta comunque un vero piacere tornare a Palazzo Zabarella, sede espositiva che continua ad offrire occasioni di visita sempre ricche di interesse.












venerdì 29 marzo 2013

Genio e sregolatezza

 



Qualche scoperta e molte conferme dalla visita di Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti. La collezione Netter a Palazzo Reale in Milano. Le scoperte riguardano Moise Kisling (suo questo ritratto di Jonas Netter, ricco uomo d'affari ebreo che, grazie all’incontro con il mercante d’arte Léopold Zborowski, inizia a collezionare le opere degli artisti di Montparnasse tra cui Modigliani, Soutine, Utrillo) e René Durey.
Henri Epstein, deportato ad Auschwitz dove morì, è presente con un bel nudo in silenzioso dialogo con un’opera analoga di Gabriel Fournier.
Le conferme, positive, riguardano Modigliani e Derain. Nel caso del livornese, sono pochi gli artisti con uno stile ed un tratto così riconoscibili e costanti da essere ripetitivi in grado comunque di farci emozionare davanti alle loro opere, mentre Derain meriterebbe veramente una rassegna dedicata per mostrare compiutamente la sua produzione.

lunedì 4 febbraio 2013

PROCESSO ALL’ARTE

Dopo una lunga pausa, determinata da un cartellone tra il ripetitivo e il poco invogliante (De Filippo e Scarpetta in sequenza; due Pirandello in venti giorni; ovviamente Shakespeare ed il solito “Piccoli Crimini coniugali”) sono finalmente tornato a teatro per “La Torre d’avorio” del premio Oscar Ronald Harwood. Giudizio difficile da esprimere, nonostante l’indubbio interesse contenuto nel tema della pièce: a Berlino nel 1946 il celebre direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler viene convocato dai vincitori alleati per la sua presunta collaborazione con la dittatura nazista. A interrogarlo c’è un rozzo ufficiale americano, ossessionato dalle terribili immagini dei campi di sterminio, che ama la libertà e diffida della cultura. Credo che buona parte della mia indecisione dipenda dall’attore che impersona l’inquirente, Luca Zingaretti (anche regista) ormai indissolubilmente legato all’immagine televisiva del famoso commissario di Camilleri. Esercitando qui una funzione del tutto simile, l’identificazione se non sovrapposizione era inevitabile. Per di più, un personaggio di contorno in un breve momento è sembrato ricordare quell’agente pasticcione presente nei suddetti romanzi creando una sorta di corto circuito di cui forse la rappresentazione non ha beneficiato. Anche i personaggi mi sono sembrati un po’ stereotipati: l’inquirente, americano medio tutto pragmatismo e niente fronzoli intellettuali; l’altro ufficiale, ebreo di origine tedesca colto e sensibile che ammira il grande Artista e mal sopporta il ruvido trattamento che il maggiore Arnold/Zingaretti riserva ad un inizialmente ieratico Furtwängler, sommo Maestro idolatrato che in seguito assume una dimensione più umana, vessato da una nuova autorità che sostituisce il semplice disinteresse al terrore.
Va detto che la domanda alla base dell’opera, ossia se svolgere un’attività artistica sotto un regime infamante, e farlo in condizioni privilegiate, equivalga a collaborare non trova risposta. La motivazione addotta da Furtwängler, quella di aver voluto tener accesa la fiaccola dell’arte e della cultura, convinto che questa non avesse connotazione politica, oscilla tra naïveté e snobismo e non convince il nostro Montalbano d’oltre oceano. Quanto a me, ci sto ancora pensando.

Acid Jazz - Josè James


domenica 13 gennaio 2013


Era passato molto tempo dalla mia prima, ed unica, visita al Museo Lia di La Spezia (http://museolia.spezianet.it/)  E m’è sorto il desiderio di rivedere questo “piccolo Louvre della Liguria", come sarebbe stato definito addirittura da Federico Zeri. Attribuendo il ricordo sfocato delle sue collezioni alla mia fallace memoria, e non allo scarso interesse a suo tempo provato ho ripetuto la visita. Non ho saputo cogliere le assonanze col Louvre, anche se vi sono sicuramente alcuni pezzi interessanti ed uno che, per me, avrebbe comunque giustificato la visita. Oltre ad un San Giuseppe del Bergognone, vi è un’opera di Matteo di Giovanni, una Madonna col Bambino, Sant’Antonio da Padova e San Domenico con la figura aggraziata della Vergine la cui carnagione pare essere soffusa dal riflesso dell’oro che con gran profusione è stato utilizzato dall’artista sia per il fondo che per l’abito di Maria, ravvivato dal rosso della fascia che la cinge sotto il seno. Buona anche la resa della malinconica dolcezza del suo sguardo.
Valeva la visita, dicevo, un leonardesco, il Giampietrino, presente con una Madonna col Bambino e San Giovannino.

 Un amante dei thriller alla Dan Brown rileverebbe che il colore dei capelli della Vergine è più prossimo al rosso che al biondo e quindi più simile alla capigliatura della Maddalena. Alle spalle delle figure vi è una sorta di vaso che potrebbe essere riferito sia all’unguento usato appunto dalla Maddalena, e suo attributo, sia – essendo integro e intatto – come riferimento alla verginità di Maria così come al suo essere priva del peccato originale potrebbe alludere la malridotta mela lì accanto. Ma l’ambiguità, davvero leonardesca, sta nello sguardo della Vergine: non colmo di consapevole tristezza o di semplice amore materno bensì sembra sottintendere una qualche arcana conoscenza fa immediatamente scattare il riflesso condizionato dell’”eterno feminino”. Tecnicamente efficace anche la resa dell’abito della Madonna, con la vivace presenza della nota di giallo.