mercoledì 18 gennaio 2012

Ancora un classico







Ancora un classico – seppure di ben altra caratura – è stato oggetto della tradizionale esercitazione della Scuola di Recitazione dello Stabile cittadino in un allestimento che mi ha lasciato davvero perplesso, pur comprendendo tutte le rilevanti difficoltà che si devono affrontare nel mettere in scena un’opera di tale portata. Complice, probabilmente, la particolare natura della compagnia (gli allievi del II anno del Corso di Qualificazione della Scuola di Recitazione) è stato scelto di utilizzare costumi contemporanei (per gli uomini pastrani militari a richiamarne la natura di rudi guerrieri scozzesi) adottando anche talune acconciature simil-punk. Lady Macbeth è stata inspiegabilmente confinata su di una sedia a rotelle (sulla quale, peraltro, piroettava con maestria) forse a rilevarne la natura cerebrale contrapposta a quella più rozza e fisica degli uomini: l’ho trovata ben lontana dal rappresentare un prototipo di dark lady somigliando piuttosto ad una moglie querula e rompiscatole. Aggiungiamo omicidi eseguiti a suon di musica e coreografati come numeri di danza; un medico-psicanalista con regolare accento tedesco a curare i deliri della lady e vari altri episodi sparsi per registrare negativamente questo spettacolo. Nessuno degli attori m’è parso primeggiare o altrimenti distinguersi.

lunedì 2 gennaio 2012

Cartellone di fine anno - Trappola per topi

Dall’opera più replicata della storia del teatro inglese (è stato in scena ininterrottamente per 55 anni a Londra) non ci si aspetta certo di essere sorpresi, tanto più se il plot è un mystery e il colpevole ci è già ben noto. Ci si concentra dunque su recitazione, allestimento scenico, musiche, ecc.  e devo dire che non sono rimasto soddisfatto. Può darsi che mi fossi fatto una mia personalissima idea di britannico understatement recitativo, ma alcuni attori mi sono sembrati troppo latinamente esuberanti e praticamente tutti con accenti forzati e declamatori. In particolare, chi impersonava il personaggio di Christopher Wren mi è sembrato il più eccessivo nel renderne la nevrotica fragilità, virata troppo sul comico e con l’aggravante che l’attore sembrava eccessivamente maturo per il ruolo. Piuttosto dimessa la scenografia, pur con tutti i comprensibili limiti della messa in scena, che contribuiva ulteriormente a dare l’idea di una certa approssimazione all’allestimento. In breve, m’è parso uno spettacolo tarato su di un pubblico imbolsito dalle libagioni festive e che confidava nella sua torpida benevolenza: non valeva l’estenuante coda fatta al momento della prenotazione.