domenica 30 dicembre 2012

Wrong side of Paradise


Ho appena terminato, e con grande fatica, la lettura del primo dei romanzi contenuti in questo volume (Al di qua del Paradiso) e la sfavorevole impressione già avuta al tempo della lettura del Grande Gatsby e di Tenera è la notte ne è uscita confermata e rafforzata. Fitzgerald scrive a proposito del protagonista: “Tutto quello che Amory fece quell’anno … fu tanto vacuo e incongruente che non val quasi la pena menzionarlo.” Questa frase (senza il quasi) potrebbe essere adottata ed adattata per una sintetica ma veritiera recensione di questo ‘romanzo’ tanto vacuo e inconcludente da non meritare la fatica di scriverlo e tanto meno di leggerlo. Romanzo di formazione o affresco della generazione post-vittoriana, sviluppato attraverso il racconto della prima parte della vita di Amory Blaine dall’infanzia sino alla prima maturità – ammesso che di maturità si possa parlare per questo individuo – si traduce essenzialmente in una lista di avvenimenti che presenta lo stesso grado di attrattività della lettura dell’elenco del telefono. Se lo scopo perseguito da Fitzgerald era quello di esemplificare, appunto, la vacuità del modo di vivere della classe privilegiata americana ai primi del Novecento attraverso il modo di raccontare, l’obiettivo è stato perfettamente raggiunto, complice anche una traduzione ampollosa, aulica e antiquata che non si astiene dall’usare, per definire una giornata trascorsa al mare, l’aggettivo “alcionia”, manco fosse D’annunzio, o traduce la festa del Ringraziamento con ‘Rendigrazie’ e altre perle consimili. Decisamente sconnesso anche l’impianto narrativo con personaggi che compaiono improvvisamente e altrettanto repentinamente spariscono. Di punto in bianco, il protagonista comincia ad avere inspiegabili visioni degne di un romanzo gotico, ma scompaiono nel giro di un paio di paragrafi, salvo un fugace e vago accenno nel finale. Credo che l’aggettivo che meglio si attaglia a definire l’opera sia “insulsa”: oltre duecento pagine con dialoghi surreali, concetti ridicoli, atteggiamenti stucchevoli e irritanti da poseur di questo giovin signore che vive di rendita; è terribilmente snob e, ovviamente, detesta le classi inferiori. Di rado mi sono sentito di sconsigliare la lettura di un libro con altrettanta convinzione.

mercoledì 26 dicembre 2012

sabato 22 dicembre 2012



Boz Scaggs - Look What You've Done to Me



Bei virtuosismi delle vocalists a fine brano

venerdì 21 dicembre 2012

Il '900 nelle raccolte civiche fiorentine

La Galleria Comunale di Arte Moderna e Contemporanea di Viareggio ospita  una mostra dedicata ai capolavori de Il '900 nelle raccolte civiche fiorentine, prorogata sino al prossimo 27 Gennaio. E' stata una piacevole scoperta, insieme con la collezione permanente ed il personale, disponibile senza essere invadente.

www.gamc.it

venerdì 24 febbraio 2012

L'arte del dubbio

Non ho mai letto nulla di Carofiglio, e le volte che m’è occorso di vederlo in dibattiti e occasioni televisive varie non ha riscosso le mie simpatie. Mi attirava tuttavia un’opera teatrale basata su di un libro che “nasce come manuale per gli addetti ai lavori e ha come argomento le tecniche dell’interrogatorio, ricostruite attraverso l’analisi di veri verbali processuali”. Va detto subito che non ho trovato nulla di tutto questo: articolata in vari quadri/scenette, tutti di discutibile qualità, la piece vorrebbe presentare una serie di situazioni atte a farci riflettere sulla “verità” ma se veramente la fonte originale è un “best-seller che molti hanno letto come una raccolta di racconti, appassionandosi ai dialoghi, alle storie e ai personaggi; ma anche alle indicazioni di tattica e di strategia processuale che inducono a riflettere sui rapporti tra linguaggio, persuasione e verità” non è assolutamente vero che “tutto questo, trova la via del palcoscenico grazie all’adattamento del drammaturgo Stefano Massini, alla messa in scena di Sergio Fantoni e all’interpretazione di Ottavia Piccolo e Vittorio Viviani”. Vestiti come personaggi delle comiche d’antan gli attori hanno dato vita a scenette veramente di scarso spessore e tranne un paio di esempi tratti da veri interrogatori che ne hanno dato un rapido, superficialissimo assaggio il resto è scivolato via tra noia e disinteresse.

sabato 18 febbraio 2012

Let me entertain you


Ho finalmente avuto l’opportunità di assistere dal vivo ad uno spettacolo di Marco Paolini (“ITIS Galileo “) dopo aver apprezzato questo attore più volte in TV. La frusta espressione “grande affabulatore” nel suo caso è ben spesa: riuscire a tener desta l’attenzione del pubblico per due ore consecutive parlando di Galileo Galilei – non proprio un personaggio che risveglia entusiastico interesse nelle masse – non è impresa da poco.
Certo, il monologo viene frequentemente inframmezzato da riferimenti al contemporaneo, da excursus stravaganti (Shakespeare in veneto) e rivisitazioni storiche con scenette degne di Achille Campanile, ma tutto ciò a maggior merito del mattatore unico che strappa frequenti applausi e risate all’uditorio al quale viene instillato qualche utile spunto di riflessione.

mercoledì 18 gennaio 2012

Ancora un classico







Ancora un classico – seppure di ben altra caratura – è stato oggetto della tradizionale esercitazione della Scuola di Recitazione dello Stabile cittadino in un allestimento che mi ha lasciato davvero perplesso, pur comprendendo tutte le rilevanti difficoltà che si devono affrontare nel mettere in scena un’opera di tale portata. Complice, probabilmente, la particolare natura della compagnia (gli allievi del II anno del Corso di Qualificazione della Scuola di Recitazione) è stato scelto di utilizzare costumi contemporanei (per gli uomini pastrani militari a richiamarne la natura di rudi guerrieri scozzesi) adottando anche talune acconciature simil-punk. Lady Macbeth è stata inspiegabilmente confinata su di una sedia a rotelle (sulla quale, peraltro, piroettava con maestria) forse a rilevarne la natura cerebrale contrapposta a quella più rozza e fisica degli uomini: l’ho trovata ben lontana dal rappresentare un prototipo di dark lady somigliando piuttosto ad una moglie querula e rompiscatole. Aggiungiamo omicidi eseguiti a suon di musica e coreografati come numeri di danza; un medico-psicanalista con regolare accento tedesco a curare i deliri della lady e vari altri episodi sparsi per registrare negativamente questo spettacolo. Nessuno degli attori m’è parso primeggiare o altrimenti distinguersi.

lunedì 2 gennaio 2012

Cartellone di fine anno - Trappola per topi

Dall’opera più replicata della storia del teatro inglese (è stato in scena ininterrottamente per 55 anni a Londra) non ci si aspetta certo di essere sorpresi, tanto più se il plot è un mystery e il colpevole ci è già ben noto. Ci si concentra dunque su recitazione, allestimento scenico, musiche, ecc.  e devo dire che non sono rimasto soddisfatto. Può darsi che mi fossi fatto una mia personalissima idea di britannico understatement recitativo, ma alcuni attori mi sono sembrati troppo latinamente esuberanti e praticamente tutti con accenti forzati e declamatori. In particolare, chi impersonava il personaggio di Christopher Wren mi è sembrato il più eccessivo nel renderne la nevrotica fragilità, virata troppo sul comico e con l’aggravante che l’attore sembrava eccessivamente maturo per il ruolo. Piuttosto dimessa la scenografia, pur con tutti i comprensibili limiti della messa in scena, che contribuiva ulteriormente a dare l’idea di una certa approssimazione all’allestimento. In breve, m’è parso uno spettacolo tarato su di un pubblico imbolsito dalle libagioni festive e che confidava nella sua torpida benevolenza: non valeva l’estenuante coda fatta al momento della prenotazione.