mercoledì 16 novembre 2011

Van Gogh e il viaggio di Gauguin

Il sospetto mi sarebbe dovuto sorgere già al momento della presentazione della mostra (http://contresainte-beuve.blogspot.com/2011/10/lo-spettacolo-di-una-mostra.html) avvenuta appunto in forma di spettacolo: si tratta in effetti di una mostra "spettacolare” non in senso qualitativo ma in termini di allestimento e di opere esposte, e devo dire che mi ha dato l’impressione di uno spettacolo con poche idee sotto i molti lustrini.
Si inizia con la ricostruzione della camera di Van Gogh ad Arles: alle pareti il celebre dipinto delle sue scarpe ed un paio di paesaggi di Morandi. Il motivo di questo accostamento dovrebbe essere illustrato nell’apparato informativo – persino debordante nella quantità – che consiste in ampi stralci tratti dal catalogo, scritto dal curatore in una prosa tanto ricca di voli pindarici quanto parca di dati storici e anagrafici mirati, e che già era emersa appunto in occasione della ricordata presentazione teatrale. Si prosegue con alcuni paesaggi di artisti americani appartenenti alla Hudson River School e due Turner “astratti”: è chiaro il tema della scoperta, della frontiera per i pittori americani ma Turner? Non sarebbe stato meglio – e ben più denso di significato anche se sarebbe lungo trattarlo qui – cercare di ottenere il prestito di questa tela di Turner?

Anche nel caso di Friedrich, del quale è stato scelto un piccolo olio di una barca sull’Elba, credo sarebbe stato più opportuno scegliere uno dei suoi tanti quadri simboleggianti il viaggio interiore: di romantico, in questo suo piccolo quadro non tra i più felicemente riusciti, c’è la nebbia mattutina che avvolge la barca.
Ho trovato francamente comico il tentativo di dare una lettura di Figura sulla riva del mare  di Nicolas De Staël: affissa sulle pareti della stanza dove è esposta quest’opera astratta, l’ekphrasis era tutta volta al dubitativo giacché si tentava di applicare, solo in forza del titolo assegnato all’opera,   corrispondenze nella realtà fisica alla indefinitezza delle forme.


La sala successiva, allestita – quantomeno nelle intenzioni – come una capanna indigena ospita, in splendida solitudine,  Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? di Paul Gauguin ossia una delle poche ragioni di interesse dell’esposizione. Dopo un brusco salto stilistico-temporale che porta a Rothko, si torna a Van Gogh con un’ampia sequenza di paesaggi, più due Monet aventi come tema le ninfee. Si chiude quindi con una selezione di Kandinskij, l'Autoritratto al cavalletto ancora di Van Gogh che campeggia, unico sublime protagonista, in una sala dedicata e ancora paesaggi di Vincent dipinti nell’ultima fase della sua attività.
Sono parecchie le perplessità lasciatemi da questa mostra, in primis l'inserimento di Gauguin nel titolo con la sola presenza di un’opera- per quanto pregevole – dell’artista. E non sarebbe forse stato utile – e pur sempre in tema – confrontare le tele del Gauguin “bretone” con quelle del Van Gogh "provenzale”? A proposito di Turner e Friedrich, io avrei scelto altri esempi di pittura romantica (p. es. John Martin) creando poi un corto circuito tra il sublime di certi paesaggi e quelli interiori che potrebbero essere suggeriti da tele surrealiste (penso a Delvaux o Tanguy). Insomma, come dicevo, mi sembra più un’operazione volta ad esercitare facile presa sul grande pubblico con nomi di richiamo ma piuttosto superficiale e di non facile lettura nella scelta del fil rouge che dovrebbe legare le opere. Va da sé che, stante la povertà dell’offerta culturale genovese, si tratta comunque di un evento di rilievo ma il fresco ricordo di quanto visto altrove – e illustrato nei post precedenti – mette ancor più in evidenza le differenze qualitative.


Van Gogh e il viaggio di Gauguin
Genova Palazzo Ducale
12 novembre 2011 - 15 aprile 2012




domenica 6 novembre 2011

Gino Severini al MART

Eccomi dunque al MART di Rovereto per una rassegna dedicata a Gino Severini, artista che mi è praticamente sconosciuto se non per le classiche opere contenute in un qualsiasi manuale di storia dell'arte. Si inizia con un bel contrasto tra due autoritratti: un pastello del 1903 ed una versione più tarda, astratta del 1913.



Si passa quindi ad ammirare Al Solco, una sorta di Fattori in salsa divisionista ed una serie di pastelli con ritratti femminili che omaggiano Degas.



In Treno blindato in azione (1915)


la resa schematica dei soldati e l'assenza di definizione dei loro volti li assimila al cannone, analoghe macchine da guerra. La massa metallica del pezzo di artiglieria è evocata nelle sagome dalle linee spezzate dei militari e dal loro essere racchiusi, quasi compressi tra le pareti metalliche del convoglio.
Riesco a superare indenne le altre tele del periodo futurista e mi attardo ad ammirare - finalmente dal vero - la Maternità.


Nonostante qualche incertezza anatomica, l'effetto è notevolissimo e inscrive l'opera nel solco della tradizione classica della resa del soggetto.
Opportunamente corroborato, posso quindi affrontare la sezione successiva che esemplifica la produzione dell'artista nel suo periodo cubista. Come in una doccia scozzese, la figurazione si alterna all'astrazione: nelle sale dedicate al ritorno alla classicità apprezzo le opere in cui Severini introduce le maschere della Commedia dell'arte e una natura morta la cui geometrica rigidità non ne pregiudica il realismo.

Splendido questo ritratto, l'Arlecchino (Ritratto di Nino Franchina)


e quello della figlia Gina. Sono ancora da ricordare le quasi metafisiche nature morte con maschere classiche e la matissiana - anche nel titolo - Odalisca con specchio del 1943.

Doveroso l'omaggio, con rapida visita, alla collezione permanente del MART: Le figlie di Loth di Carrà e la sala dedicata a Novecento. Il realismo magico di Casorati e le desolate periferie di Sironi mi introducono alla metafisica di De Chirico e Savinio oltre che ad una congrua rappresentanza della produzione morandiana. Interessanti anche alcune nuove acquisizioni tra cui un Oppi e La moglie del poeta di Arturo Martini



Le ultime sale, dedicate ad Informale, Pop Art ecc. sono state superate rapidamente: da buon Filisteo reazionario ed ottuso riuscire ad apprezzare il contenuto artistico di queste correnti esula dalle mie capacità

sabato 5 novembre 2011

Il Simbolismo a Padova


Una volta di più Palazzo Zabarella si conferma garanzia di buona qualità delle mostre con adeguato numero delle opere esposte, discreto apparato informativo e buona visibilità dei dipinti. Di grande impatto scenico la contrapposizione di Segantini e Previati alle prese con il tema della maternità. Di estremo interesse la sezione dedicata alla grafica del periodo, un'unica sala ma con una nutrita rappresentanza di quanto prodotto all'epoca.

Da ricordare Giovanni Guerrini Contemplazione e un malinconico Re Enzo di Orazio Toschi. Opprimente La Cattedrale di Ottone Rosai che incombe sulle minuscole figure umane, la mole enorme e chiusa dell'edificio appena scalfita dalla ridotta dimensione della porta e della finestra.
Proseguendo, un ritratto di Lina de Carolis ad opera del consorte Adolfo potrebbe rivaleggiare ad armi pari con la produzione preraffaellita:

 

Sorprendente Nelumbium di Francesco Lojacono, che racchiude tutta la potenza vitale della natura nella esuberanza vegetale e  gigantismo delle ninfee


Straordinario Affetti di Giacomo Balla


Francamente, trovo scarsamente simbolico Giovinezza di Giorgio Kienerk (1902): la ragazza al centro che si stiracchia dovrebbe simboleggiare il risveglio del nuovo secolo appena cominciato ma in realtà il dipinto si presta ad interpretazioni molto più prosaiche ed a battute salaci

Giovinezza

Molte sarebbero ancora le citazioni di opere meritevoli ma mi limito a ricordarne una che esemplifica il tema delle femme fatale tipica del Simbolismo utilizzando l'archetipo della donna peccatrice, Eva: nel Peccato Franz von Stuck mostra la nostra progenitrice ed il serpente, dallo sguardo gelidamente ipnotico, che la avvolge quasi fosse una stola vivente che ne accarezza la nudità. 


Autunno 2

Seconda tranche dei pellegrinaggi culturali alle mostre d'arte, che questa volta toccano il Veneto e il Trentino. Fatta la sosta di prammatica a Milano - una sorta di campo base - ho raggiunto successivamente Padova e Rovereto, rivelatesi entrambe mete meritevoli del viaggio.
A Milano sono tornato con piacere a Villa Necchi Campiglio, patrimonio del FAI, interessante in sé per l'architettura primo '900, l'arredamento e la collezione d'arte ospitata ma anche, nell'occasione, per essere sede di SIRONI: LA GUERRA, LA VITTORIA, IL DRAMMA, mostra in verità alquanto scarna, trattandosi essenzialmente di bozzetti per opere murali o grafiche. L'acquisto di un ingresso a parte non l'ho trovato davvero giustificato.
Migliore - ma non ci voleva molto - l'esperienza fatta a Palazzo Reale per Cézanne. Les ateliers du Midi.  Pur consapevole, ovviamente, della grandezza dell'artista (iniziatore dell'arte moderna, ecc. ecc.) questi non riesce proprio ad emozionarmi, e nemmeno a piacermi. Anche se utilizzata come riempitivo per il resto della giornata, la mostra mi ha comunque per messo di ammirare tre ottimi esempi di genere pittorico: un paesaggio dell'Estaque, con una mirabile combinazione di figure, volumi e campiture di colore; un notevole ritratto di Henri Gasquet ed una Natura morta con cesta che è una vera sinfonia di forme, colori, resa delle diverse superifici materiche collocata dall'artista in una personale prospettiva



Ma il pezzo forte doveva ancora arrivare: Padova