lunedì 19 dicembre 2011

Cartellone teatrale 2


Dopo il non felicissimo esordio balzachiano, si prosegue il cartellone con una pièce contemporanea, leggera e divertente almeno nelle intenzioni illustrate nella presentazione, Sogno d'amore di Giampiero Rappa (autore e regista). In genere diffido di films, romanzi ecc. aventi carattere di affresco generazionale: in questo caso si sarebbe trattato di un'opera che “muovendosi tra autobiografia e finzione, traccia un ritratto vitale e iperrealistico della odierna generazione dei trentenni, divisi tra il desiderio di vivere appieno i propri sentimenti e l’incertezza del futuro”. Credo che il riferimento ai trentenni – complice forse il giovanilismo (o infantilismo) che investe anche le fasce di età più mature – sia inutilmente restrittivo e, in ogni caso, trovo che insoddisfazioni lavorative e delusioni sentimentali siano esperienze desolatamente trasversali e trans-generazionali.
Tutto sommato lo spettacolo è stato gradevole, anche se taluni personaggi (l'attore russo, il “filosofo” stralunato e pazzoide) erano eccessivamente caratterizzati. Quello meno riuscito è, a mio avviso, Valeria, tanto graziosa quanto insipiente ed irritante nella sua indeterminatezza, mentre quello più rispondente alla realtà è forse Gianni, il protagonista/autore: romantico e sognatore, ingenuo e paziente quando si tratta della ragazza per la quale ha perso la testa, diventa altrettanto cinico e opportunista quando è lui l’oggetto del desiderio – non ricambiato – della classica “brava ragazza”. Saranno proprio Gianni e Valeria le figure irrisolte a fine vicenda: una prolessi racconta, infatti, il lieto fine per la restante parte dei protagonisti mentre su loro due si stenderà un velo di crepuscolare vaghezza.
La prossima volta dovrebbe essere il turno di un evergreen: Trappola per topi.


giovedì 8 dicembre 2011

Scoperte in provincia


Trasferimento a corto raggio sino a Tortona dove la Fondazione della locale Cassa di Risparmio ospita una mostra dedicata alla natura morta (La meraviglia della natura morta 1830-1919 Dall’Accademia ai maestri del Divisionismo) presso la sede della propria pinacoteca, e proprio la collezione permanente si è rivelata di inaspettato interesse. Considerando che la natura morta era il genere pittorico meno nobile secondo la classificazione dell'accademia francese devo dire che alcuni pezzi si sono imposti alla mia attenzione, in primis una Natura Morta con Santa Cecilia di Giovanni Segantini ossia un acquerello che riproduce il delicatissimo bassorilievo scolpito da Donatello a sua volta riproposizione, anche nella tecnica, di una analoga opera di Angelo Rossi del 1858 Santa Cecilia di Donatello: Bassorilievo con fiori





















Inaspettata, e sempre di Segantini, la sequenza di opere dedicate a pesci, pollami, funghi e vegetali vari, così come quelle di Previati, ben lontano dal simbolismo cui viene comunemente associato.  
Non privo di impatto Autunno del Carcano con le note di colore dei fiori che si stagliano sulla balaustra e che in parte nascondono e in parte richiamano il ripetersi delle loro forme negli edifici che si stagliano in lontananza

Cuore della pinacoteca è un buon nucleo di opere di Giuseppe Pellizza da Volpedo ma altre sono state quelle che più mi hanno colpito: una belle dame sans merci ritratta nelle vesti di Regina dei Ghiacci da Cesare Saccaggi e un paesaggio di Carlo Fornara (Pascoli) che mi ha fatto il bizzarro effetto di essere di fronte ad uno dei plastici di Bruno Vespa, coi bovini che sembrano collocati sulla tela come fossero statuette su di un fondale non in scala corretta.

Cito en passant una Sacra Famiglia di Pellizza da Volpedo del 1892 ma soprattutto una Piazza Caricamento di Nomellini. Le Cariatidi di Baldassarre Longoni del 1907 mi hanno invece fatto ritrovare una atmosfera alla Winslow Homer
 Ritroviamo poi il Previati simbolista e divisionista con la Via del Calvario dove persone, alberi spogli e contorti, le rocce e lo stesso cielo sembrano fatti della stessa materia e compartecipano della Passione di Cristo. Anima Triste di Morbelli non è nulla di trascendentale ma resta ammirevole la maestria con cui l'artista lascia cadere la luce ravvivando l'oro dei capelli della ragazza ed infiammando la cartilagine del suo orecchio mentre ne accarezza la tenera carnagione della spalla nuda . La scoperta più interessante è stato Angelo Barabino: una Pietà del 1932 dalle massicce figure che ritrovano il gesto classico nel braccio sinistro abbandonato del contadino/Cristo e nella figura che ne solleva il corpo e una tela simbolista con L'ira di Dio/La cacciata dall'Eden dove dipinge con tecnica divisionista la nudità esposta di Adamo ed uno scorcio ardito (forse anatomicamente discutibile) dei nostri progenitori che formano un tutt'uno coi loro corpi avvinti e con la terra da cui sembrano emergere ed a cui ormai indissolubilmente appartengono.




sabato 3 dicembre 2011

DEGAS, LAUTREC, ZANDO’Les folies de Montmartre


Alcune brevi note per sottolineare le opere che più mi hanno colpito. Innanzitutto il ritratto
di Henri de Toulouse-Lautrec dipinto da Henri Rachou che sembra evidenziarne, nel pallore del volto, tutta la fragilità non solo fisica.
Alcune affiches tra le quali spiccano quella celeberrima di Aristide Bruant: dans son cabaret e l'altrettanto famosa ideata per il Divan Japonais con lo spigoloso profilo dai rossi capelli della diva Jane Avril. Un  ritratto di Jeanne Wenz sembra la versione in positivo dell'Assenzio di Edgar Degas: il bicchiere non è pieno della lattiginosa bevanda che ottunde la mente della donna ritratta da Degas, anzi lo sguardo della modella di Toulouse-Lautrec (peraltro di classe sociale ben diversa) è vigile e diretto verso l'osservatore.

 Un bel pastello di Federico Zandomeneghi Matilde ne esalta la malinconica bellezza mentre La tinozza riprende le scene di toilette privata femminile caratteristiche di Degas. È presente anche il celebre Il thé oltre ad un Busto di ragazza nuda. Il punto più alto di interesse sono stati i disegni di scene di vita circense prodotti da Toulouse-Lautrec verso la fine della sua vita, incapace di reggere più a lungo abusi ed eccessi. Sono disegni di pregevole esecuzione che rivelano un che di allucinato ed inquietante nell'isolamento delle figure, collocate in uno spazio irreale e privo di pubblico, isolate e sole come l'artista si era sentito per tutta la sua vita.









mercoledì 16 novembre 2011

Van Gogh e il viaggio di Gauguin

Il sospetto mi sarebbe dovuto sorgere già al momento della presentazione della mostra (http://contresainte-beuve.blogspot.com/2011/10/lo-spettacolo-di-una-mostra.html) avvenuta appunto in forma di spettacolo: si tratta in effetti di una mostra "spettacolare” non in senso qualitativo ma in termini di allestimento e di opere esposte, e devo dire che mi ha dato l’impressione di uno spettacolo con poche idee sotto i molti lustrini.
Si inizia con la ricostruzione della camera di Van Gogh ad Arles: alle pareti il celebre dipinto delle sue scarpe ed un paio di paesaggi di Morandi. Il motivo di questo accostamento dovrebbe essere illustrato nell’apparato informativo – persino debordante nella quantità – che consiste in ampi stralci tratti dal catalogo, scritto dal curatore in una prosa tanto ricca di voli pindarici quanto parca di dati storici e anagrafici mirati, e che già era emersa appunto in occasione della ricordata presentazione teatrale. Si prosegue con alcuni paesaggi di artisti americani appartenenti alla Hudson River School e due Turner “astratti”: è chiaro il tema della scoperta, della frontiera per i pittori americani ma Turner? Non sarebbe stato meglio – e ben più denso di significato anche se sarebbe lungo trattarlo qui – cercare di ottenere il prestito di questa tela di Turner?

Anche nel caso di Friedrich, del quale è stato scelto un piccolo olio di una barca sull’Elba, credo sarebbe stato più opportuno scegliere uno dei suoi tanti quadri simboleggianti il viaggio interiore: di romantico, in questo suo piccolo quadro non tra i più felicemente riusciti, c’è la nebbia mattutina che avvolge la barca.
Ho trovato francamente comico il tentativo di dare una lettura di Figura sulla riva del mare  di Nicolas De Staël: affissa sulle pareti della stanza dove è esposta quest’opera astratta, l’ekphrasis era tutta volta al dubitativo giacché si tentava di applicare, solo in forza del titolo assegnato all’opera,   corrispondenze nella realtà fisica alla indefinitezza delle forme.


La sala successiva, allestita – quantomeno nelle intenzioni – come una capanna indigena ospita, in splendida solitudine,  Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? di Paul Gauguin ossia una delle poche ragioni di interesse dell’esposizione. Dopo un brusco salto stilistico-temporale che porta a Rothko, si torna a Van Gogh con un’ampia sequenza di paesaggi, più due Monet aventi come tema le ninfee. Si chiude quindi con una selezione di Kandinskij, l'Autoritratto al cavalletto ancora di Van Gogh che campeggia, unico sublime protagonista, in una sala dedicata e ancora paesaggi di Vincent dipinti nell’ultima fase della sua attività.
Sono parecchie le perplessità lasciatemi da questa mostra, in primis l'inserimento di Gauguin nel titolo con la sola presenza di un’opera- per quanto pregevole – dell’artista. E non sarebbe forse stato utile – e pur sempre in tema – confrontare le tele del Gauguin “bretone” con quelle del Van Gogh "provenzale”? A proposito di Turner e Friedrich, io avrei scelto altri esempi di pittura romantica (p. es. John Martin) creando poi un corto circuito tra il sublime di certi paesaggi e quelli interiori che potrebbero essere suggeriti da tele surrealiste (penso a Delvaux o Tanguy). Insomma, come dicevo, mi sembra più un’operazione volta ad esercitare facile presa sul grande pubblico con nomi di richiamo ma piuttosto superficiale e di non facile lettura nella scelta del fil rouge che dovrebbe legare le opere. Va da sé che, stante la povertà dell’offerta culturale genovese, si tratta comunque di un evento di rilievo ma il fresco ricordo di quanto visto altrove – e illustrato nei post precedenti – mette ancor più in evidenza le differenze qualitative.


Van Gogh e il viaggio di Gauguin
Genova Palazzo Ducale
12 novembre 2011 - 15 aprile 2012




domenica 6 novembre 2011

Gino Severini al MART

Eccomi dunque al MART di Rovereto per una rassegna dedicata a Gino Severini, artista che mi è praticamente sconosciuto se non per le classiche opere contenute in un qualsiasi manuale di storia dell'arte. Si inizia con un bel contrasto tra due autoritratti: un pastello del 1903 ed una versione più tarda, astratta del 1913.



Si passa quindi ad ammirare Al Solco, una sorta di Fattori in salsa divisionista ed una serie di pastelli con ritratti femminili che omaggiano Degas.



In Treno blindato in azione (1915)


la resa schematica dei soldati e l'assenza di definizione dei loro volti li assimila al cannone, analoghe macchine da guerra. La massa metallica del pezzo di artiglieria è evocata nelle sagome dalle linee spezzate dei militari e dal loro essere racchiusi, quasi compressi tra le pareti metalliche del convoglio.
Riesco a superare indenne le altre tele del periodo futurista e mi attardo ad ammirare - finalmente dal vero - la Maternità.


Nonostante qualche incertezza anatomica, l'effetto è notevolissimo e inscrive l'opera nel solco della tradizione classica della resa del soggetto.
Opportunamente corroborato, posso quindi affrontare la sezione successiva che esemplifica la produzione dell'artista nel suo periodo cubista. Come in una doccia scozzese, la figurazione si alterna all'astrazione: nelle sale dedicate al ritorno alla classicità apprezzo le opere in cui Severini introduce le maschere della Commedia dell'arte e una natura morta la cui geometrica rigidità non ne pregiudica il realismo.

Splendido questo ritratto, l'Arlecchino (Ritratto di Nino Franchina)


e quello della figlia Gina. Sono ancora da ricordare le quasi metafisiche nature morte con maschere classiche e la matissiana - anche nel titolo - Odalisca con specchio del 1943.

Doveroso l'omaggio, con rapida visita, alla collezione permanente del MART: Le figlie di Loth di Carrà e la sala dedicata a Novecento. Il realismo magico di Casorati e le desolate periferie di Sironi mi introducono alla metafisica di De Chirico e Savinio oltre che ad una congrua rappresentanza della produzione morandiana. Interessanti anche alcune nuove acquisizioni tra cui un Oppi e La moglie del poeta di Arturo Martini



Le ultime sale, dedicate ad Informale, Pop Art ecc. sono state superate rapidamente: da buon Filisteo reazionario ed ottuso riuscire ad apprezzare il contenuto artistico di queste correnti esula dalle mie capacità

sabato 5 novembre 2011

Il Simbolismo a Padova


Una volta di più Palazzo Zabarella si conferma garanzia di buona qualità delle mostre con adeguato numero delle opere esposte, discreto apparato informativo e buona visibilità dei dipinti. Di grande impatto scenico la contrapposizione di Segantini e Previati alle prese con il tema della maternità. Di estremo interesse la sezione dedicata alla grafica del periodo, un'unica sala ma con una nutrita rappresentanza di quanto prodotto all'epoca.

Da ricordare Giovanni Guerrini Contemplazione e un malinconico Re Enzo di Orazio Toschi. Opprimente La Cattedrale di Ottone Rosai che incombe sulle minuscole figure umane, la mole enorme e chiusa dell'edificio appena scalfita dalla ridotta dimensione della porta e della finestra.
Proseguendo, un ritratto di Lina de Carolis ad opera del consorte Adolfo potrebbe rivaleggiare ad armi pari con la produzione preraffaellita:

 

Sorprendente Nelumbium di Francesco Lojacono, che racchiude tutta la potenza vitale della natura nella esuberanza vegetale e  gigantismo delle ninfee


Straordinario Affetti di Giacomo Balla


Francamente, trovo scarsamente simbolico Giovinezza di Giorgio Kienerk (1902): la ragazza al centro che si stiracchia dovrebbe simboleggiare il risveglio del nuovo secolo appena cominciato ma in realtà il dipinto si presta ad interpretazioni molto più prosaiche ed a battute salaci

Giovinezza

Molte sarebbero ancora le citazioni di opere meritevoli ma mi limito a ricordarne una che esemplifica il tema delle femme fatale tipica del Simbolismo utilizzando l'archetipo della donna peccatrice, Eva: nel Peccato Franz von Stuck mostra la nostra progenitrice ed il serpente, dallo sguardo gelidamente ipnotico, che la avvolge quasi fosse una stola vivente che ne accarezza la nudità. 


Autunno 2

Seconda tranche dei pellegrinaggi culturali alle mostre d'arte, che questa volta toccano il Veneto e il Trentino. Fatta la sosta di prammatica a Milano - una sorta di campo base - ho raggiunto successivamente Padova e Rovereto, rivelatesi entrambe mete meritevoli del viaggio.
A Milano sono tornato con piacere a Villa Necchi Campiglio, patrimonio del FAI, interessante in sé per l'architettura primo '900, l'arredamento e la collezione d'arte ospitata ma anche, nell'occasione, per essere sede di SIRONI: LA GUERRA, LA VITTORIA, IL DRAMMA, mostra in verità alquanto scarna, trattandosi essenzialmente di bozzetti per opere murali o grafiche. L'acquisto di un ingresso a parte non l'ho trovato davvero giustificato.
Migliore - ma non ci voleva molto - l'esperienza fatta a Palazzo Reale per Cézanne. Les ateliers du Midi.  Pur consapevole, ovviamente, della grandezza dell'artista (iniziatore dell'arte moderna, ecc. ecc.) questi non riesce proprio ad emozionarmi, e nemmeno a piacermi. Anche se utilizzata come riempitivo per il resto della giornata, la mostra mi ha comunque per messo di ammirare tre ottimi esempi di genere pittorico: un paesaggio dell'Estaque, con una mirabile combinazione di figure, volumi e campiture di colore; un notevole ritratto di Henri Gasquet ed una Natura morta con cesta che è una vera sinfonia di forme, colori, resa delle diverse superifici materiche collocata dall'artista in una personale prospettiva



Ma il pezzo forte doveva ancora arrivare: Padova

domenica 30 ottobre 2011

Cartellone teatrale 1


Non pago dello scarso feeling col Balzac romanziere, ho deciso di far aprire al Balzac commediografo la mia stagione (da spettatore, s’intende) al Teatro Stabile. In cartellone era previsto Mercadet (L'affarista) spettacolo del quale avevo letto recensioni positive. La mia non lo è altrettanto anche se il giudizio non è completamente negativo. Il primo atto risente della verbosità balzacchiana (e mi è capitato di sentire dei vicini confessare di essersi arresi all'abbiocco) mentre i seguenti acquistano una dimensione farsesca che, pur imprimendo maggior dinamismo allo spettacolo, cancellano gli intenti di critica sociale che dovrebbero essere contenuti nella commedia. In realtà, Mercadet finisce per risultare simpatico con la fertile inventiva sfoggiata per trarsi d'impaccio essendo perennemente sull'orlo della bancarotta, e anche gli  sporadici accenni alla contemporaneità (col ritorno del malcontento generale per l’enorme disparità sociale) non credo riescano a suscitare scintille di indignazione andando così perduti nel flusso della recitazione. Un protagonista ipercinetico e sopra le righe; l'utilizzo di maschere per alcuni personaggi (che forse dovrebbero simboleggiare la finzione dietro la quale molti vivono ma che ho trovato avessero un effetto straniante); una scenografia soffocante fatta di mobili (pignorati) che non muta quasi per tutto il tempo ed una recitazione non brillante dei co-protagonisti appesantiscono una piece che, con un regista diverso, avrebbe forse potuto essere più godibile

martedì 11 ottobre 2011

Lo spettacolo di una mostra


Ingresso privilegiato alla presentazione-spettacolo di Van Gogh e il viaggio di Gauguin, mostra in programma dal prossimo mese di novembre: lunghissimi serpentoni agli ingressi del Teatro Stabile sono stati aggirati – non senza provare un certo senso di colpa – grazie ad un posto riservato cui ho avuto modo di accedere. Una volta di più gli 'addetti ai lavori' locali si sono rivelati incapaci di rispondere alla forte domanda di cultura che questa sonnolenta città riesce comunque ad esprimere. Ma, tornando alla presentazione (la prima del genere cui mi sia occorso di assistere) devo ammettere di non essere riuscito a maturare una opinione ben precisa su quanto mi sia piaciuta. Si trattava, in termini magari eccessivamente semplicistici, di intermezzi musicali e recitati innestati nella presentazione delle tele che verranno esposte. La prima uscita degli attori – peraltro, non eccelsi – m'è parsa un po' troppo “a freddo”, cronologicamente sbagliata e pertanto inadatta ad introdurre il tema della serata. Il racconto della mostra da parte del curatore/regista è stato indubbiamente interessante ma troppo virata verso lo spirituale trascendente: avrei preferito una esposizione più tecnica, con le motivazioni storico-stilistiche dietro la scelta delle opere o il racconto dei contatti con le istituzioni e collezionisti che hanno prestato le tele (una sorta di 'dietro le quinte' o come usa dire oggigiorno il making of della mostra. Gradevoli le musiche originali, eseguite da un trio atipico (flauto/violoncello/fisarmonica) e da un piccolo ensemble, l'Orchestra Filarmonia Veneta

venerdì 30 settembre 2011

Gli anni folli. La Parigi di Modigliani, Picasso e Dalí a Ferrara


Numerosi i lavori davanti ai quali mi sono trattenuto a lungo. Una Ragazza dai capelli Rossi di Jules Pascin con la figura femminile che sembra emergere dalle brume dello sfondo.


Nella sala che ospita due Modigliani vi è una tela di Tsuguharo Foujita che rappresenta un nudo ‘modiglianesco’ sì  ma acromatico se non per piccoli tocchi rosati che pongono l’accento sulla femminilità della modella.


 Christopher Nevinson Uno Studio a Montparnasse: nella freddezza delle linee geometriche che caratterizzano la composizione si inserisce la componente curvilinea del sofà (tra le poche note di colore dove altrimenti predominano i toni scuri) e del corpo nudo della donna, in piedi e intenta ad accarezzare un gatto accucciato, il tutto davanti al piano verticale rappresentato dalla vasta superficie vetrata che si affaccia su caseggiati che ne riprendono le linee ascendenti.

Severini La Finestra coi Colombi: una piccola tempera su carta che mi spinge a tornare al MART per la mostra in corso dedicata a questo artista.













 Andre Derain rigetta il suo passato "avanguardista" per dipingere un omaggio alla bellezza muliebre con il suo Nudo con Gatto.

Firenze: Rinascimento e Macchiaioli

Denaro e Bellezza. I banchieri, Botticelli e il rogo delle vanità
Denaro e bellezza è una mostra particolare: indagando sulla relazione tra banchieri, loro committenze, Botticelli e la predicazione di Savonarola espone un numero modesto di pezzi ma creando un corto circuito interessante tra dipinti monete e strumenti utilizzati da mercanti e cambiavalute rinascimentali. La ragione principale della mia visita era la presenza di opere del Filipepi ma un doppio ritratto di Memling e un paio di tondi dei della Robbia si sono piacevolmente aggiunti all’elenco.

Macchiaioli a Villa Bardini

Una Primavera di Telemaco Signorini sembra poterne catturare in pieno l’atmosfera, l’aria frizzante e i due pastorelli paiono farne naturalmente parte.


Di grande impatto anche un ritratto di fanciulla di Adriano Cecioni. Sempre di Signorini Stradina fra gli olivi a Settignano, 1885 trasferisce sulla tela tutto il calore di una giornata estiva che sembra si possa percepire nelle pietre del muro che costeggia il viottolo.

Il naturalismo di Giovanni Fattori si manifesta nella Contadina fra i pioppi  in maniera tale da suggerire che la figura umana sia una istanza della natura – e ne faccia organicamente parte – in modo non diverso dai fusti dei pioppi il cui colore è ripreso dalla veste della contadina, mentre una sorta di mantello richiama il bruno della terra.


Meno bella e molto più leziosa la tela di analogo soggetto di Lorenzo Gelati Figura fra i pioppi, dove però quest’ultima appare molto più "in posa".




A proposito di Firenze, immancabile la sosta a Orsanmichele con lo straordinario tabernacolo: le formelle con Virtù e storie di Maria sono di ammirevole delicatezza. Altrettanto immancabile e insostenibile la coda agli Uffizi sostituita dall'ennesima visita ad una chiesa, S. Maria Novella, che è un piccolo museo. Gli affreschi del Ghirlandaio sono una mirabile sintesi di grazia, perfezione formale, perizia coloristica il tutto contraddistinto da inarrivabile eleganza. Il Crocefisso del Brunelleschi richiama inevitabilmente il divertente aneddoto vasariano e quello di Giotto ne dimostra una volta di più la grandezza. Cito en passant un lavabo dei della Robbia e, naturalmente, la Trinità del Masaccio: hai voglia a vederlo infinite volte riprodotto nei libri, l’impatto dell’opera reale è tutt’altra cosa.

Artemisia Gentileschi Storia di una passione

Betsabea: l’azzurro della veste dell’ancella e il suo incantevole profilo – che più non si ritrova in una tarda replica del periodo napoletano – fa passare in secondo piano le pur ammirevoli forme di Betsabea, un procace trionfo di candide carni che illuminano la tela, candore sapientemente accentuato dai toni scuri degli abiti delle altre serve e dalla pelle nera di una di esse, a maggior contrasto.
Apprezzabile anche una suonatrice di liuto quanto mai caravaggesca e un autoritratto, nella stessa veste, che ci offre una sensuale testimonianza della opulenta bellezza dell’artista e del suo talento come musicista. Non da meno un altro autoritratto che la rappresenta come una sensuale maddalena drappeggiata in uno spettacolare abito giallo dipinto su foglia d’oro. Dubito che la tela possa ispirare pensieri virtuosi. Nella fase finale della sua carriera vengono riproposti taluni soggetti (p. es. Giuditta e Oloferne) ma con una ambientazione notturna che richiama Georges de la Tour.